Durante il convegno dedicato alle anfore italiche, il dott. Massimo Fumolo della Società Friulana di Archeologia ha condiviso interessanti dettagli sulla produzione e l'uso di questi importanti contenitori nel mondo romano. Le anfore, simbolo di ingegnosità artigianale, venivano realizzate al tornio, assemblando le varie parti – collo, pancia, puntoni e manici – prima di sottoporle a un meticoloso processo di cottura.
La cottura delle anfore richiedeva una preparazione attenta: dopo un periodo di essiccazione di dieci giorni, venivano caricate in forni a volta di botte, capaci di contenere fino a mille anfore. I ragazzi erano incaricati di questa operazione, accedendo a spazi altrimenti inaccessibili. Un ciclo di cottura durava 24 giorni, con un consumo di 60 metri cubi di legna.
Le anfore avevano usi vari, dalla conservazione di vino e olio a salse di pesce. I romani consideravano il vino puro, noto come "Merum", eccessivamente forte, pertanto lo diluivano con acqua in una proporzione di 20% di vino e 80% di acqua, riducendo così il contenuto alcolico. Alcuni vini, come quelli di Sorrentum, erano particolarmente rinomati. Degna di nota è la variante greca del vino, che prevedeva l'aggiunta di acqua marina durante la preparazione, preferendo quella proveniente da acque più profonde.
L’olio d'oliva, costoso e ricercato, era preferito rispetto all'olio di colza o al grasso animale, mentre il burro, sebbene noto, era impiegato principalmente a scopi terapeutici. Anche le salse di pesce, preparate con strati di pesce e erbe macerate, erano conservate in anfore. La salsa più famosa, il "garum", era così pregiata che il resto del composto veniva dato agli schiavi.
La morfologia delle anfore era studiata per facilitarne il trasporto: nelle stive delle navi potevano trovarsi fino a 10.000 anfore, disposte con attenzione per minimizzare i danni durante il viaggio. Ogni anfora aveva una capacità media di 50 litri e veniva classificata in base alla forma e all'uso, con tipologie come dressel e lamboglia.
La porosità dell'argilla comportava che le anfore, impregnate dai liquidi, non potessero essere riutilizzate, risultando spesso abbandonate. In effetti, a Roma, si trova un accumulo di cocci di anfore abbandonate, un "monte" di testimonianze della loro massiccia produzione. Con il tempo, i romani iniziarono a riutilizzarle in costruzioni e opere di bonifica.
Il declino delle anfore avvenne tra il VII e VIII secolo, quando furono sostituite dalle botti, già note ai romani. Curiosamente, non sono mai state trovate anfore italiche in Gallia, probabilmente perché la produzione locale era sufficiente per soddisfare la domanda interna.
In conclusione, le anfore non solo rivelano aspetti pratici della vita quotidiana nell'antichità, ma offrono anche un affascinante spaccato delle dinamiche commerciali, sociali e culturali del mondo romano. La loro storia, ricca di tradizione e innovazione, continua a ispirare gli studiosi e a stimolare l'interesse per l'archeologia e la storia antica.
Commenti
Posta un commento